Altre cose trovate per la casa, tovaglioli ricamati con iniziali che nessuno ricorda più e una pila di riviste porno sbiadite che rigurgitano foto amatoriali, cosce flaccide e mezze erezioni. Strappo i tovaglioli in striscie sottili cercando di farle il più possibile l'una simile all'altra. Prima di buttare via le riviste, negli scatoloni insieme al resto, scruto qualche volto dagli occhi cancellati a forza di pennarello nero, come se potessi riconoscere qualcuno: o ricordare.

Francesca si asciuga le lacrime, cerca morti violente nei giornali polverosi che riempiono una delle stanze fino a metà parete, ritaglia gli articoli con scatti nervosi, approssimativi delle forbici e mette tutto da parte. Una zolletta di zucchero imbevuta di assenzio inchiodata tra gli incisivi, i capelli neri, unti, raccolti a coda di cavallo e il pizzo decrepito del reggiseno adorno di qualche fiore rubato alle statue, senza neanche pensarci; non si accorge di me e io non faccio niente per attirare la sua attenzione.

L'infermiere del Policlinico è un vecchio amico di Letizia, si ricordava di lei e non mi ha guardato storto più di tanto quando mi sono presentato durante una pausa. Dioccaro, si può sapere che cazzo ci fate con questa roba? ma alla fine il denaro gli ha chiuso la bocca e da allora non l'ha più riaperta quando ci vediamo.    
    La borsa si spalanca con un cigolio di metallo e cuoio indurito dal tempo. Lascio cadere le bende sudice nel braciere ancora spento; all'odore di malattia e disinfettante mi sono quasi abituato.

Francesca si scava sotto le unghie con una forcina, sangue e frammenti della mia pelle che finiscono nel braciere. Si rannicchia ai piedi della barella sul tappeto di fiori appassiti e cenere d'incenso, grumi di cera e stracci e lembi di carta bruciacchiata: e io dovrei fare altrettanto e aspettare e scoprire cosa succederà, se succederà qualcosa, ma ho gli occhi appannati dall'hashish, la testa leggera e il fetore che sale dai piatti di plastica e dal polistirolo quasi mi ricaccia indietro.
Gli sguardi color pastello delle statue si aggirano nella penombra come lucciole svogliate. Nell'altra stanza i rumori sono ricominciati e forse questa volta riuscirà a liberarsi o forse no. Le lacrime, i lamenti del ferro battuto che si piega poco alla volta e i respiri rancidi e affannosi.
Letizia; forse.

(© Matteo Curtoni 2008)

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camere fredde

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