La sagoma di rete metallica curva a racchiudere vasi sanguigni e foglie morte, fasce muscolari che presto o tardi saranno sostituite appese a catene d'argento appese a spille e fermagli d'altri tempi, legno e ossa ancora instabili che potrebbero staccarsi alla prima folata di vento – è alle nostre spalle ci sorveglia in silenzio. Il volto è un ovale di stracci e ovatta, poche X a pennarello nero per marcare i lineamenti, ciocche di capelli mie e di Leni nella scatola di cartone a cui abbiamo consegnato i bozzetti e i progetti scartati per la coda che dovrebbe somigliare a quella di un delfino.
Alla fine Leni si rannicchia contro di me, mordendosi le labbra e chiudendo gli occhi.
E le sue unghie che mi affondano nella nuca sono una benedizione.

Riempiamo un modello di cassa toracica (filo di ferro e sacchi di plastica nera rammendati con cuciture irregolari e lembi di nastro adesivo) con pagine strappate a dizionari polverosi, chiodi rossi di ruggine a sostenere un cuore di vitello sottratto al mattatoio e polmoni di cartapesta pieni di segatura; creta bagnata e cartoline anni sessanta per dare forma a un collo che copio dalla curva aggraziata e sottile di quello di Leni, china sopra un baule abitato da vecchi giocattoli di latta e mozziconi di matite, utensili da cucina e fumetti americani non molto diversi da quelli che per un po' ho disegnato per vivere – muscoli, calzamaglie e mascelle abnormi, cartuccere mai utilizzate a decorare le gambe e bicipiti, occhi vacui e duri perché così li voleva la casa editrice.
L'odore della china e gli occhi di Leni sopra i fumi di due tazze di caffé gemelle bevute a un chiosco di Porta Venezia. Molto tempo fa. Prima che accettassimo questo lavoro.

Ci appropriamo delle pinne della carcassa di pesce spada abbandonata tra le piastrelle e le tubature contorte di una stanza che potrebbe essere stata un bagno.
Il ghiaccio non è bastato e dobbiamo ripararci la bocca e il naso dal fetore con stracci intrisi di profumo aspro, una bottiglia senza etichetta scovata chissà dove – il coltello mi scivola dalle dita intorpidite e apre il fianco gonfio del pesce. Qualcosa di nero ricade sul pavimento mentre il falò che abbiamo acceso sulla terra arida della fiorera accanto alla finestra si arrende al vento e diventa brace e cenere.

È tardi e Leni si spoglia e scivola sopra di me. Il marchio non ha modo di accogliermi e lei prende a farlo scorrere piano lungo la mia erezione, il ritmo del bacino e i segni del ferro incandescente accompagnati da saliva e secrezioni e suoni a malapena udibili simili a gemiti ma non esattamente gemiti, come se stesse elaborando un linguaggio nuovo per noi e solo per noi: un gradino oltre la passione, un territorio in cui le parole non possono prescindere dall'anatomia e viceversa – Sperma tra l'ombelico e i peli pubici e Leni mi preme contro di sé più a lungo del necessario, i nostri respiri che diventano spirali deboli di aria fredda attorno a noi e dalla sua bocca esce qualcosa che potrebbe essere aspetta mentre con le dita decorate di sangue secco liberato dai denti durante la notte comincia a guidarmi l'indice e il medio lungo quelli che un tempo sono stati i suoi genitali e che ora sono altro...
Forse un cuore fiammeggiante impresso nella carne, una corona di spine per patteggiare la pena del peccato originale; ma non posso esserne sicuro.

Fingiamo di dormire quando vengono a controllare il nostro lavoro. Niente è pronto, siamo ancora lontani, ma non ci sono lamentele. Rumori di bottiglie che vanno in frantumi, esclamazioni rauche, ma niente lamentele; ed è meglio così.
Mentre gli scatoloni e le nostre reti vengono riempiti di altro materiale, cose scelte alla rinfusa che comunque potrebbero servirci, se non altro ad accendere un fuoco, qualcuno ride osservando il patchwork di pelli di pesci che come un presagio avvolge le gambe di Leni, la mia mano oltre l'orlo scivoloso di squame che le circonda la vita, il sangue che lentamente le gocciola sul mento dal labbro inferiore aperto dalla pressione degli incisivi.
Teniamo gli occhi chiusi, il respiro falso e regolare e restiamo così per un po', anche quano i passi e le voci si allontanano e siamo certi di essere rimasti soli.

(© Matteo Curtoni 2008)

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