una notte a mangiare smania e febbre

Estratto I

La vista torna a fuoco in tempo per vedere un rifugio improbabile, con lenzuola nere e lacere inchiodate alle finestre e mosse dal vento e dalle sue dita umide, candele e neon e lampade sporche di cenere e cera, bottiglie vuote e giocattoli di metallo, santi e madonne fluorescenti; e qualcosa scatta dentro di lui ed è un meccanismo, una resistenza non sua, un rumore che ha accompagnato i suoi passi nella foschia febbricitante, le parole nascoste sotto le lacrime asciugate –
“Daniele”, un sussurro rauco e Maddalena si leva la t-shirt, inginocchiata sul divano, e l’indifferenza agli sguardi degli altri (ragazza con caschetto biondo, pallida, eterea come una fata di Grimshaw; ragazzo dai capelli neri, lunghi e sudici, il volto bianchissimo che fa risaltare le cicatrici sulle guance e attorno alla bocca; e altri, di cui si avvertono le voci, i movimenti e poco altro), la sua indifferenza è contagiosa. Ancora: “Daniele, tu ci hai visti e non hai fatto niente...”
Le fiamme delle candele gli tremolano attorno simili a fuochi fatui, la luce assorbita e restituita diversa e sfuggente dai giocattoli contorti di acciaio e metallo, delle cose che non si possono vedere sotto il sole. 
Non hai fatto niente: radiografie di un’altra notte, la curva bianca di un collo e capelli rossi che gli hanno ferito lo sguardo e due sagome a orbitare attorno a un pallore, a una danza ubriaca. Certo, ma non ora...
Daniele si inginocchia sul divano davanti a lei, Maddalena sorride; e il rasoio che gli taglia i vestiti di dosso ha senso, i sospiri di Maddalena sotto i suoi morsi, sulle spalle, sul collo, gli anelli nei capezzoli tirati bruscamente hanno senso, e ha senso il sangue che non tarda ad arrivare a fonderli l’uno all’altra, a sigillare qualcosa di non scritto e mai pronunciato ad alta voce ma che comunque è lì e brucia più di qualsiasi giuramento, più di qualsiasi di qualsiasi voto.
E le parole che pronuncia più tardi – Maddalena tra le braccia, la ragazza bionda che si è rannicchiata ai piedi del divano come un cucciolo esausto e dorme – gli rimbombano sbagliate in fondo alla testa, al punto che il filo del discorso viene reciso quasi subito e resta lì, a dondolare sopra i resti di un passato che ha molto meno senso di questo.
“Perché mi hai portato qui?”
“Perché mi andava”, un risatina morbida, che si spegne subito.
“Ti andava...”
“Perché non sei stupido. Puoi capire.”
“Capire che cosa?”
“Che non c’è niente da capire. Che non c’è niente.”
“E se non c’è niente, che cosa resta allora?”
“La fame.”
“La fame...”
“Tu hai fame, Daniele. Basta ammetterlo.” La sente muoversi, come se stesse facendo spallucce. “Il resto è facile.”
Daniele prende fiato per dire qualcosa, per continuare, ma Maddalena ha ragione, con i suoi occhi dolorosi e il suo sapore febbricitante, perché dalla gola non gli esce niente, perché non c’è niente da capire, da chiedere, perché non c’è niente. E così non rimane che chiudere il vuoto con la bocca di Maddalena che ride e gli lecca il sangue tatuato sulle labbra e sul mento e lo bacia come se volesse divorarlo.
“Non c’è niente”: Daniele, riprendendo fiato per un attimo.
E ancora le pillole, le capsule, le compresse colorate intraviste tra le ombre dense della chiesa, questa volta non una o due o tre, ma una manciata, presa da un sacchetto di cuoio appeso al collo di una ninfa di marmo, accompagnata da uno spruzzo di tequila, dalla lingua di Maddalena.
Le lenzuola nere sospirano e assecondano le evoluzioni del vento, svelando i tetti della città ritmicamente, la fisionomia di un luogo che sa di asfalto e di ozono e che, davvero, non ha ancora visto tutto –
E le candele e i mugolii della ragazza bionda incorniciano i denti di Maddalena che si morde il polso e gli offre la ferita, un occhio rosso: spalancato.
Una vita normale, pensa Daniele con cose che gli sbiadiscono dietro gli occhi e forse una risata gli scivola fuori dalle labbra prima; prima di premere le labbra sullo squarcio rosso.
Chiudendo gli occhi.
Trattenendo il respiro.
Chiedendosi su cosa li riaprirà.

(© Matteo Curtoni 2008)

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