una notte a mangiare smania e febbre

Estratto III

Una risata sibila brevemente attraverso le lamette e il metallo incrinato. Poi: “Niente del genere, credimi. Niente del genere.”
E Maddalena sbatte le palpebre, si sforza di capire, di comprendere meglio l’ombra ornata di cose taglienti che gravita a pochi centimetri da lei (odore di seme, di sangue, di fumo), ma i dettagli che riesce ad afferrare rotolano in un angolo della sua testa a cui avrà accesso domani, con altre pillole in corpo a spalancarle le palpebre e la mente.
Così per il momento non può fare altro che accettare il fiore appassito rubato a un’altra tomba che la sagoma le infila tra i capelli, la carezza tagliente con cui le apre una guancia dicendole: “Non ti ricordi di me, vero? Non importa. Ci saranno altre occasioni. Te lo assicuro.”
Maddalena vorrebbe dire qualcosa, ma l’ombra è già svanita, lasciandole dubbi da coltivare durante il sonno e il pensiero sfocato di Rico ad aleggiare sopra tutto il resto, dentro di lei.
“Rico”, mormora prima di addormentarsi sul suo giaciglio gelido, come per scacciare l’immagine di quella bocca tagliente, di quella pelle di cuoio.
Inutile; ma il sonno ha una sua forma di pietà e inghiotte i rifiuti che lei non saprebbe come smaltire.

(© Matteo Curtoni 2008)

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