Estratto II

 Lucas annuisce lentamente, sembra assorto. Poi, senza alcun preavviso, le afferra la nuca con una mano conficcando le unghie nella pelle, l’attira a sé con uno strattone violento, le fa scivolare una mano sotto il top, le afferra un seno flaccido, lo graffia, stringe e torce il capezzolo tra polpastrelli. Intanto la guarda negli occhi ma la tossica sa come si fa a mandare giù il dolore senza fiatare, non c’è dubbio, sa il fatto suo. Lucas sorride, le incide un ultimo graffio nella pelle e poi la lascia andare.
    “Allora, che mi dici?” domanda lei ricacciando indietro le lacrime, lisciandosi inutilmente il top, qualche goccia rossa che diventa nera mentre risale in superficie attraverso il tessuto.
    “Che puoi prendere il tuo Alex e montare in macchina.”
    Il bambino sembra catatonico, forse la nostra Priscilla lo tiene sedato o forse è nato così, lo sa dio e comunque chissenefrega.
    Lucas prima di tornare a sedersi dietro il volante le dice di farlo salire dietro.
    Priscilla annuisce, sussurra nell’orecchio qualcosa al suo Alex, trova un modo per strizzarlo tra Toole che non ha aperto occhio e la portiera, richiude, sale davanti insieme.
    Lucas rimette in moto e sterza bruscamente e imbocca l’asfalto dolente della carreggiata.
Priscilla si abbandona contro lo schienale e chiude gli occhi, palpebre raggrinzite truccate di nero. Si lascia uscire dalla bocca un lungo sospiro, tutto il sollievo che può permettersi, e si passa una mano tra i capelli unti, sospira di nuovo. “Grazie. Davvero, grazie…”
    Del suo grazie Lucas non sa che farsene, le lancia un’occhiata incuriosita e chiede: “Sul serio ti chiami Priscilla?”
    “Giuro, non è un nome d’arte.” Riapre le palpebre e sembra che le costi fatica ma comunque: “E tu?”
    “Lucas. E non dimenticarti la s, sono suscettibile su questa cosa.”
    “Ci mancherebbe. Con la s, chiaro.” Priscilla indica le Gitanes appoggiate sul cruscotto insieme all’accendino. “Posso prendertene un’altra?”
    Lui annuisce, distratto. Con la coda dell’occhio la guarda sfilare dal pacchetto il cilindro bianco di tabacco e carta. Priscilla accende, ancora le falangi scheletriche che tremano attorno al filtro e allo Zippo.
    Poi, Lucas, con un mezzo cenno: “Quello lì dietro è mio fratello Toole e la ragazza invece si chiama Maria. Se vuoi un consiglio è meglio che la ignori. E se vuoi un altro consiglio, non parlare mai male del cane imbalsamato che adesso è finito in terra da qualche parte ma che poi raccoglieremo. Mai.”
    Priscilla la tossica scrolla le spalle distratta, se lo dici tu.
    Lucas lascia scivolare nel fumo qualche ticchettio della lancetta dei secondi prima di chiedere: “Dove state andando tu e il piccolo mostro?”
    Lei abbassa lo sguardo su un punto imprecisato, forse sul suo grembo, forse sulla punta consumata degli anfibi, scuote appena la testa, aspira una lunga boccata. “Dove ti pare, basta che sia lontano da qui.” Soffia il fumo fuori dalle narici, volute grigie che sembrano aggrapparsi per un attimo alla pelle rovinata della sua faccia da teschio biondo. “E voi? Dove state andando?”
    Lucas scoppia a ridere così forte che per un attimo è certo che comincerà sputare sangue proprio come Toole. Ma niente sangue, e quando la risata si spegne, una volta ripreso fiato: “Se te lo dicessi, poi dovrei ucciderti.”

(© Matteo Curtoni 2008)

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LUCAS + TOOLE