I suoi passi leggeri, il rumore attutito dei suoi piedi scalzi sull'asfalto o sul terriccio o nella polvere, il mormorio delle sue vesti ampie e logore: questi, i suoni che accarezzano il campo di battaglia, presto o tardi. 
Un soldato che cade in ginocchio e richiude labbra e denti attorno alla canna del fucile, e morde il metallo e trattiene il fiato prima di tirare il grilletto; e le movenze ipnotiche delle dita della Musa, la filigrana tragica e confortevole dei suoi gesti, del rumore delle sue unghie, a scavare in ciò che resta di crani e di volti, di corpi ridisegnati dalla promessa della pallottola o dal sospiro dei mortai o dal freddo o dalla malattia; così, in cerca di un ultimo ricordo, di un ultimo pensiero intrappolato tra la fine della vita e quello che segue. Perché niente vada sprecato...
La mano gli abbandona la spalla: bene, e la voce sembra incrinata da qualcosa; un singhiozzo ricacciato in gola, una frase impronunciabile. E i passi si allontanano, portandosi dietro il rumore delle cose non dette, oltre la porta di metallo e sputo che sta su per miracolo, fuori, nell'aria notturna che promette una primavera precoce.

La carne conosce danze crudeli e avvolgenti. Donne e profughi e superstiti che singhiozzano e sussurrano le preghiere e le invocazioni solitamente riservate alle statue che trasudano sangue o alle apparizioni di santi.
Ancora inginocchiato a terra, non si muove; ha visto bere vino e sacrificare agnelli in sua presenza, tanti l'hanno fatto pregando chissà quale mistero, ma ormai hanno smesso quasi tutti, perché non è facile; ancora l'immagine della falena e della plastica, mentre qualcosa urla sotto una colata di cemento percorso da crepe profonde.

Restano lui e pochi, pochissimi altri a portarle cose da ricordare perché niente vada sprecato; il neon che minaccia di spegnersi una volta per tutte e il vento, fuori, che si insinua tra le erbacce e il rumore delle auto, sempre più rare. E certe volte capita che lei interrompa la sua danza tra i cadaveri e guardi negli occhi qualcuno, come pronta a dispensare pietà o a condividere le cose imparate dalla morte, ma lei è altrove e toccarla è difficile e bisogna saper aspettare; il tamburo di latta che si zittisce, il rumore umido della pelle che si apre, l'odore dei corpi bruciati, e lui immagina di alzarsi, di raggiungerla e di lacerarsi i polsi con un pezzo di ferro trovato per terra o magari con i denti... Forse immagina soltanto, o forse lo sta facendo, non ne ha idea, ma che importa?
Chiude gli occhi e sogna di rannicchiarsi tra i cadaveri aperti e oramai nudi dei loro segreti, di entrare a far parte della pozza dei ricordi a cui si abbevera la Musa; una donna, poco lontano, incomincia a gridare, ma nemmeno questo conta, e lui sogna di pensare al sapore di Dio, di chiedersi se sia questo che sente lei, se sia questo che è condannata a cercare.
Le urla della donna quasi nelle orecchie, il rumore di un accendino e il vago odore della cera che prende a sciogliersi; poi la risata della Musa e i suoi passi che riprendono a danzare.
Domani sarà lo stesso, e lui sogna ancora di sprofondare nell'abbraccio dei morti, e aprirsi altri tagli sulle braccia, tagli che ormai non si contano più e svaniscono come preghiere scritte sull'acqua.

(© Matteo Curtoni 2008)

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L’invocazione

della musa